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FondoAlbertoMoravia.it

Dicono di Lui

Una sezione dedicata ai contributi di altri, che raccoglie testimonianze d’autore, ricordi, letture private, pensieri, sguardi sullo scrittore. Uno spazio dove raccontare non soltanto le sue opere e le sue riflessioni politiche/artistiche/letterarie, ma anche le vicende e i luoghi della sua vita, attraverso le parole e le immagini di studiosi, lettori, amici, esperti, e di chi ha semplicemente letto e amato i suoi romanzi, i racconti, gli articoli.

 

24 Aprile 2015

Note sui diari africani di Alberto Moravia di Ubah Cristina Ali Farah

Chissà se Moravia avrebbe mai immaginato i suoi racconti romani letti sui banchi della scuola statale italiana di Mogadiscio. Per me allora l’Italia era un luogo remoto e incantato, dove ti potevi riempire il carrello di merendine e gli yogurt alla frutta parevano crescere sugli alberi. L’odore dell’Italia era quello che emanava dai pacchi postali che mia nonna inviava da Verona per le occasioni speciali, scatole di cartone strappate in gran fibrillazione, dall’odore dolciastro di fragola e borotalco. Una volta ricevetti in dono un carillon. Era un cofanetto color porpora rivestito di raso con un piccolo specchio incorniciato d’oro su cui si specchiava una ballerina dal tutù rosa pallido e un diadema in mezzo alla fronte. Nel momento in cui aprivi il cofanetto, la ballerina iniziava a roteare, danzando alle note del dottor Zivago. Era la stagione dei monsoni e la sua presenza nella mia stanza risultava esotica e irreale.

Non avrei mai immaginato allora che Moravia avesse scritto tante pagine appassionate dedicate all’Africa, “la cosa più bella che esista al mondo” e ai rimproveri a lui rivolti, che nei suoi numerosi viaggi non si fosse “abbastanza occupato delle situazioni politiche, sociali, economiche, ideologiche ecc. ecc. del continente nero”,  rispondesse accoratamente: “Per fare un paragone esatto è come se, parlando con amici di una donna che amo, parlassi soprattutto delle sue opinioni politiche, della sua situazione economica, della sua posizione in società, e non piuttosto della sua bellezza”.

Nelle pagine dei suoi giornali di viaggio ritrovo quelle impressioni “soprattutto “visive”” così acute e premonitrici, la violenza nefasta della religione e del neocapitalismo, macchia nera oleosa che “si sta avventando in Africa con la rapidità e l’impeto con cui il fuoco si appiccica a una materia molto secca e molto unta”.

Ed ecco, rivedo la mamma; immaginate: ha appena imparato a guidare, è stato il gommista Guleed a darle lezioni, il signore corpulento dalla voce dolcissima che riparava le gomme della sua vespa rossa. Mamma ha deciso di fare un salto di qualità e così non girerà più per le strade polverose con i capelli sparsi al vento e gli spessi occhiali inforcati. Tutti sono gentili con lei, perché è una dumaashi, ovvero una cognata, e se non fosse per qualche moccioso che si sbellica dalle risate rimestando la sabbia, non si sentirebbe neppure una bianca. La lingua che parla è pur sempre quella in cui ha studiato l’élite, la lingua della burocrazia e dell’oppressione.

La sera mamma per esercitarsi ci porta a fare un giro sulla 127 bianca di seconda mano nei quartieri nuovi dove le strade sono più larghe. Ed ecco If iyo Aakhiiro, mondo terreno e dell’oltretomba (in effetti è un vecchio cimitero): c’è una fila di casermoni stile sovietico, un silenzio irreale l’avvolge, piccoli loculi illuminati a petrolio, l’energia elettrica non basta per tutta la città. Sono case dello stato assegnate agli impiegati pubblici, la gente ha paura perché raccontano che di notte i morti si risvegliano e chiedono vendetta per le tombe profanate.

In uno di quegli edifici vive la mia migliore amica, il padre fa il veterinario e le ha regalato da poco un dik-dik:, è una piccola gazzella che pesa come un neonato. La nutre con un biberon e quando la vado a trovare me la fa tenere in braccio, quando muore però papà mi dice sbrigativamente che è stata un’incoscienza richiuderla in un appartamento, lo sanno tutti che i dik-dik muoiono di solitudine. Non posso che pensare a questo quando immagino il giovane prigioniero tanzaniano di Dedan Kimathi: “Dentro la gabbia, in piedi, le mani strette alle sbarre, […] che si trova d’improvviso immers[o] nella civiltà moderna, di fronte ai nuovi feticci della repressione, dell’educazione, dell’efficienza e del nazionalismo".

O ancora mi sovviene la mia amica dai verdi occhi di gatto i cui genitori italiani in Somalia da generazioni, possedevano un azienda e il cui linguaggio, come quello della Shirley inglese nata e cresciuta in Kenya, “un po’ come Anteo, figlio della terra, che riprendeva forza ogni volta che toccava il suolo coi piedi, ripigli[ava] vigore e colore ogni volta che parla[va] dell’Africa e degli africani".

Ma più di tutto sono i paesaggi a conquistare il mio cuore, dove si corre a perdifiato, la boscaglia “è frenetica di luce e di aggrovigliate arborescenze”  e il “crepuscolo è già nel cielo quasi verde, con qualche stella bianca scintillante".

Ecco mio papà con la sua camicia sbracciata e i pantaloni cittadini, coglie un frutto da un arbusto, gli dà un nome e mi spiega che da bambino è con quello che giocava a pallone. La boscaglia si estende uguale e monotona all’occhio, come l’eternità e il cielo si stria di rosa, viola e rosso, solo per un attimo, tra poco ci sarà il buio e presto verranno lunghi anni di morte, carestia e desolazione.

“Crediamo infatti che non ci sia maggiore sofferenza per l’uomo che sentirsi crollare sotto i piedi le fondamenta culturali“.

 

(Foto © Festival della Letteratura di Viaggio)

 

 

 

 

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9 Aprile 2015

Caro Moravia di Cristiana Pumpo

Caro Moravia,

ti scrivo per ringraziarti di averci ospitato nella tua splendida casa. Grazie per aver dato a tutti noi, carnettisti e urban sketchers dello Sketchcrawl Roma, la possibilità di poterci raccogliere tra le cose a te più care, ammirarle e sfiorarle, ascoltare la storia e i ricordi di cui ciascuno di esse parlava. Ognuno di noi è stato animato dal desiderio di catturare qualcosa di speciale che abitava la tua casa. Di catturare qualcosa di te. Abbiamo messo su carta segni e colori che raccontano le tue passioni, la tua storia e anche le tue più semplici abitudini: i libri, la scrivania con la macchina da scrivere ed ogni angolo della tua casa ricca di memorie e di evocazioni uniche. Abbiamo disegnato e colorato nel massimo silenzio, con la paura di spezzare l’atmosfera nella quale eravamo immersi, ma anche con il rispetto per quelle stanze che ci ospitavano generose. Abbiamo immaginato di vederti, di parlare con te. Abbiamo cercato di guardare le cose che disegnavamo con i tuoi occhi e il tuo cuore con la sensazione, a volte, che tu fossi lì con noi, che ci accompagnassi stanza dopo stanza verso la conoscenza del tuo mondo. Abbiamo avvertito la tua compagnia, mentre accucciati in un angolo della casa guardavamo intenti un oggetto che stavamo riportando sui nostri fogli da disegno. Siamo stati bene, avvolti in quella preziosa atmosfera che si respirava solida e intatta. Ci siamo emozionati. E questo non lo dimenticheremo mai. Grazie per averci accolto nelle tue stanze, caro Moravia. Grazie per tutto quello che ancora una volta hai donato ad ognuno di noi. Non vediamo l’ora di tornare a trovarti ancora una volta con le nostre matite, colori e taccuini per raccontare a modo nostro il tuo mondo. Per noi viaggiare con matita e taccuino in tasca, guardare ciò che ci circonda e fissarlo su un foglio serve a raccontare una storia e – soprattutto – serve a ricordarla.

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